Non giocate con i sentimenti dei tifosi.

Questo testo lo avevo già scritto da un po’.

Forse aspettava solo il momento giusto.

O forse, più semplicemente, aspettavo io. Aspettavo perché da tifoso, anche quando sei arrabbiato, una parte di te spera sempre che non sia necessario arrivare fino in fondo. Speri che qualcosa cambi. Speri che arrivi una reazione. Speri che dentro la Juventus qualcuno si ricordi davvero che cosa rappresenta quella maglia.

Poi però passa il tempo.

Passano le stagioni.
Passano gli allenatori.
Passano i dirigenti.
Passano le promesse.
Passano le conferenze stampa.
Passano le parole: progetto, sostenibilità, percorso, crescita, responsabilità.

E resta sempre la stessa sensazione.

Che qualcuno stia giocando con qualcosa che non gli appartiene fino in fondo.

I sentimenti dei tifosi.

E con quelli, signori, non si gioca.

Non si gioca perché la Juventus non è solo un asset. Non è solo una società da ristrutturare. Non è solo una voce di bilancio. Non è solo un brand globale da posizionare, ripulire, riequilibrare, normalizzare.

La Juventus è la vita sportiva di milioni di persone.

È la domenica.
È il padre che la racconta al figlio.
È il bambino che sceglie la prima maglia.
È chi si sveglia nervoso il giorno della partita.
È chi vive all’estero, lontano da Torino, ma sente quella maglia come una parte della propria identità.
È chi ha visto vincere tutto e oggi si ritrova a spiegare ai figli che sì, una volta la Juventus faceva paura davvero.

E questa è forse la cosa che fa più male.

C’è ormai una generazione di bambini juventini che non ha vissuto uno scudetto.

Una frase che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi assurda. Ridicola. Impossibile. Perché venivamo da nove scudetti consecutivi. Nove. Una cosa enorme, storica, dominante. Una serie che aveva trasformato la vittoria in abitudine e l’abitudine in identità.

Poi Andrea Agnelli ha lasciato la Juventus.

E da lì, inutile girarci troppo intorno, la strada è stata quasi solo in discesa.

Possiamo discutere di errori precedenti, di bilanci, di scelte sbagliate, di cicli finiti male, di responsabilità distribuite. Possiamo dire che non tutto era perfetto nemmeno prima. Ed è vero. Nessuno qui vuole riscrivere la storia come se il passato fosse stato solo oro e il presente solo fango.

Ma i fatti emotivi, quelli che vivono i tifosi, sono chiari.

C’era una Juventus che vinceva.
C’era una Juventus che comandava.
C’era una Juventus che magari non era simpatica, magari non giocava sempre bene, magari era odiata da tutti, ma era rispettata e temuta.

Oggi c’è una Juventus che spesso sembra chiedere permesso.

E questo per un tifoso juventino è quasi più doloroso della sconfitta.

Perché perdere può capitare. Anche alla Juventus. Anche alle grandi squadre. Anche ai club più forti del mondo.

Ma perdere identità è un’altra cosa.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una specie di gestione a rotazione della responsabilità. Arriva qualcuno, promette, parla, imposta, corregge, rivoluziona. Poi la stagione va male, o non va come dovrebbe, e alla fine si ricomincia. Un altro nome. Un altro ruolo. Un’altra struttura. Un altro responsabile. Un’altra faccia da presentare come soluzione.

E intanto noi siamo sempre lì.

Noi tifosi restiamo.

Restiamo davanti alla televisione.
Restiamo allo stadio.
Restiamo sui social a litigare tra noi.
Restiamo a leggere notizie, indiscrezioni, ricostruzioni, comunicati.
Restiamo a sperare che questa volta sia diverso.

Loro passano.

Noi restiamo con la loro eredità.

E questa è la parte più difficile da digerire.

Perché troppo spesso chi arriva alla Juventus sembra trattarla come un passaggio, come un incarico, come un esperimento professionale. Vengono, decidono, sbagliano, lasciano macerie e poi, alla fine, chiedono pure il conto.

Magari anche una buonuscita.
Magari anche una compensazione.
Magari anche il rispetto del contratto.

Tutto legale, per carità.
Tutto normale nel calcio moderno, per carità.
Tutto previsto dai rapporti professionali, per carità.

Ma dal punto di vista del tifoso, fa schifo.

Sì, fa schifo.

Perché il tifoso non può rescindere dalla Juventus. Non può dire: “Basta, progetto fallito, vado altrove”. Non può chiedere una buonuscita emotiva. Non può farsi pagare per gli anni di delusione. Non può fatturare le domeniche rovinate, le prese in giro subite, le figuracce europee, le partite viste con rabbia, i sogni venduti e mai consegnati.

Il tifoso resta.

E resta con una domanda in testa: ma chi sta davvero proteggendo la Juventus?

Perché qui ormai non si tratta più solo di scegliere l’allenatore giusto. Non si tratta più solo di fare due acquisti. Non si tratta più solo di cambiare direttore sportivo, amministratore delegato, responsabile tecnico, area performance, area scouting, area comunicazione o qualsiasi altra etichetta elegante.

Qui il problema è più profondo.

Qui sembra mancare una linea vera.

Una visione.
Un’anima.
Una gerarchia sportiva forte.
Un’idea di Juventus.

E quando manca l’idea di Juventus, succede la cosa peggiore: ognuno porta la propria versione. Ognuno interpreta. Ognuno prova a gestire. Ognuno aggiusta un pezzo. Ognuno lascia la propria impronta.

Il risultato?

Un club che sembra sempre in costruzione e mai costruito.

Una squadra che sembra sempre in transizione e mai arrivata.
Una società che parla di futuro mentre il presente si sbriciola.
Un ambiente in cui ogni anno ci viene chiesto di avere pazienza, come se la pazienza fosse diventata il nuovo trofeo.

Ma la pazienza, alla Juventus, non può essere infinita.

Non perché i tifosi siano viziati.

Questa è una stupidaggine che va respinta subito.

Il tifoso juventino non è arrabbiato perché non vince sempre. È arrabbiato perché non riconosce più la Juventus.

È diverso.

Molto diverso.

Non riconosce quella cattiveria.
Non riconosce quella fame.
Non riconosce quella capacità di stare dentro la tempesta.
Non riconosce quella sensazione che, anche quando tutto sembrava complicato, alla fine la Juventus avrebbe trovato il modo.

Oggi spesso vediamo l’opposto.

Vediamo una squadra che nei momenti importanti si rimpicciolisce. Vediamo giocatori che sembrano portare la maglia come un peso, non come un privilegio. Vediamo partite decisive affrontate con una paura quasi fisica. Vediamo dichiarazioni che provano a rendere accettabile ciò che alla Juventus dovrebbe essere inaccettabile.

E tutto questo pesa.

Pesa soprattutto quando pensi ai bambini.

Sì, ai bambini.

Perché noi adulti almeno abbiamo i ricordi. Abbiamo gli scudetti, le finali, i campioni, le notti europee, le rimonte, le vittorie sporche, le partite vinte all’ultimo minuto, i nemici che ci odiavano proprio perché non riuscivano a buttarci giù.

Noi abbiamo vissuto una Juventus dominante.

Loro no.

Loro vedono una Juventus che cambia ogni anno, che promette ogni anno, che si giustifica ogni anno. Vedono una squadra che lotta per obiettivi che una volta sarebbero stati considerati minimi. Vedono una società che sembra quasi imbarazzata dal proprio passato vincente. Vedono tifosi adulti che raccontano una grandezza che il campo non conferma più.

E allora il rischio è enorme.

Il rischio è che la Juventus diventi per loro una storia raccontata, non una cosa vissuta.

Una leggenda di famiglia.
Una nostalgia dei padri.
Un “una volta eravamo forti” ripetuto troppe volte.

Questo non può succedere.

Non alla Juventus.

E per questo dico: non giocate con i sentimenti dei tifosi.

Non giocate con chi c’era prima di voi e ci sarà dopo di voi. Non giocate con chi non cambia squadra quando cambiano i risultati. Non giocate con chi continua a credere anche quando sarebbe più facile spegnere tutto.

Non giocate con chi ha dato alla Juventus tempo, amore, soldi, viaggi, discussioni, energie, domeniche, notti, speranze.

Perché il tifoso può accettare la verità.

Può accettare che servano anni.
Può accettare che ci siano limiti economici.
Può accettare che il calcio sia cambiato.
Può accettare che non si possa vincere sempre.
Può accettare una ricostruzione vera.

Ma non può accettare una ricostruzione finta.

Non può accettare che ogni stagione venga venduta come nuovo inizio e finisca come vecchia delusione. Non può accettare che ogni responsabile di turno agisca alla cieca, lasci danni e poi se ne vada come se niente fosse. Non può accettare che la Juventus venga gestita con improvvisazione, tentativi, compromessi e frasi pronte.

Perché la Juventus non è un laboratorio.

La Juventus è una responsabilità.

Chi entra in quel club deve capirlo dal primo giorno. Deve capire che non sta solo amministrando una squadra. Sta toccando la memoria collettiva di milioni di persone. Sta entrando dentro una storia che non gli appartiene da padrone, ma da custode.

Custode.

Questa è la parola.

I dirigenti passano.
Gli allenatori passano.
I giocatori passano.
Le proprietà, prima o poi, possono anche passare.

La Juventus resta.

Ma resta solo se qualcuno la protegge davvero.

Proteggerla non significa fare comunicati eleganti. Non significa difendere tutto. Non significa ripetere che il progetto è solido anche quando il campo dice altro. Non significa cercare sempre una narrativa comoda per non ammettere che si è sbagliato.

Proteggerla significa pretendere.

Pretendere competenza.
Pretendere chiarezza.
Pretendere ambizione.
Pretendere responsabilità.
Pretendere che chi sbaglia paghi sportivamente, non che venga accompagnato alla porta con la solita formula elegante mentre i tifosi restano a contare i danni.

E soprattutto proteggere la Juventus significa non abbassarne i parametri.

Perché questo è il veleno più pericoloso.

Non il singolo errore.
Non la stagione storta.
Non il mercato sbagliato.

Il vero veleno è l’abitudine.

Abituarsi a non vincere.
Abituarsi a non competere.
Abituarsi a chiamare “crescita” ciò che è stagnazione.
Abituarsi a chiamare “sostenibilità” ciò che a volte sembra solo mancanza di coraggio.
Abituarsi a spiegare invece di reagire.

La Juventus non può diventare questo.

Non può diventare un club che vive di rendita emotiva sul passato. Non può diventare una società che chiede amore incondizionato ai tifosi mentre restituisce confusione. Non può diventare una squadra che genera più nostalgia che paura.

Perché quando gli avversari non ti temono più, hai già perso una parte enorme della tua identità.

E oggi, diciamolo, quanti avversari temono davvero la Juventus?

Non la rispettano per la storia. Quella sì, forse.
Ma la temono sul campo?
Temono la nostra reazione?
Temono la nostra fame?
Temono il nostro stadio?
Temono la nostra capacità di vincere anche le partite sporche?

Troppo spesso la risposta è no.

Ed è qui che deve nascere la rabbia giusta.

Non la rabbia stupida. Non quella dei nomi urlati a caso. Non quella del “via tutti” tanto per sentirsi vivi. La rabbia giusta è quella che nasce dall’amore e dalla lucidità. Quella che dice: questa cosa non è degna della Juventus e va cambiata.

Subito.

Non tra cinque anni.
Non dopo l’ennesimo ciclo.
Non dopo l’ennesima rivoluzione annunciata.
Non dopo l’ennesimo dirigente scelto, bruciato e sostituito.

Subito.

Perché ogni anno perso non è solo una riga in classifica. È un pezzo di identità che si consuma. È un bambino che si abitua a una Juventus piccola. È un tifoso adulto che perde un altro po’ di fiducia. È un ambiente che diventa più cinico, più stanco, più rassegnato.

E la rassegnazione è il nemico più grande.

Più della sconfitta.
Più degli arbitri.
Più degli avversari.
Più dei bilanci.

Quando un tifoso juventino comincia a dire “ormai è così”, quello è il vero allarme rosso.

Perché la Juventus non è mai stata “ormai è così”.

La Juventus era “deve cambiare”.
Era “si deve vincere”.
Era “chi non regge, fuori”.
Era “la maglia pesa, ma proprio per questo devi essere all’altezza”.

Oggi invece sembra che siamo noi tifosi a doverci adattare.

Adattarci alla nuova normalità.
Adattarci ai quarti posti sofferti.
Adattarci alle stagioni senza trofei.
Adattarci alle parole prudenti.
Adattarci ai dirigenti che passano e lasciano ferite.
Adattarci a una Juventus meno Juventus.

No.

Io non mi adatto.

E penso che molti juventini non vogliano adattarsi.

Non perché vivano nel passato, ma perché sanno che senza ambizione il futuro non esiste. Non perché pretendano nove scudetti consecutivi ogni dieci anni, ma perché sanno distinguere una ricostruzione seria da un galleggiamento elegante. Non perché odino chi oggi lavora nel club, ma perché amano troppo la Juventus per accettare che venga gestita come se fosse una società qualsiasi.

Quindi sì, questo testo era già pronto.

Ma forse oggi è più attuale che mai.

Perché siamo arrivati a un punto in cui bisogna dirlo forte: la Juventus non può più chiedere fiducia senza dare segnali veri. Non può più chiedere pazienza senza mostrare competenza. Non può più chiedere amore senza restituire identità.

I tifosi non sono un dettaglio.

Non sono una cornice.
Non sono numeri da engagement.
Non sono consumatori da attivare nei momenti giusti.
Non sono solo abbonamenti, maglie, visualizzazioni, like, commenti, presenze allo stadio.

Sono la parte viva della Juventus.

E quando giochi con i loro sentimenti, prima o poi rompi qualcosa.

Forse non il tifo. Quello, purtroppo o per fortuna, resta.
Ma rompi la fiducia.
Rompi l’entusiasmo.
Rompi la voglia di credere.
Rompi quel filo invisibile che lega una generazione all’altra.

Ed è esattamente quello che non possiamo permetterci.

Perché una Juventus che perde partite può rialzarsi.

Una Juventus che perde i suoi tifosi dentro, anche se continuano a esserci fuori, rischia molto di più.

Per questo serve una presa di coscienza vera.

Non cosmetica.
Non comunicativa.
Non strategica.

Vera.

Serve qualcuno che dica: abbiamo sbagliato. Serve qualcuno che dica: non basta. Serve qualcuno che dica: la Juventus deve tornare a essere giudicata con i parametri della Juventus. Serve qualcuno che non abbia paura di assumersi responsabilità senza poi scappare lasciando il conto emotivo agli altri.

Perché il conto, finora, lo stanno pagando sempre gli stessi.

I tifosi.

E i tifosi juventini hanno già pagato abbastanza.

Hanno pagato con la pazienza.
Con la fiducia.
Con le illusioni.
Con i figli che chiedono quando vinceremo di nuovo.
Con le prese in giro degli altri.
Con le partite viste sperando in una reazione che non arriva.
Con una nostalgia che ogni anno pesa di più.

Adesso basta.

Non giocate con i sentimenti dei tifosi.

Perché noi possiamo discutere di moduli, allenatori, dirigenti, proprietà, mercato, bilanci, sostenibilità, giovani, futuro.

Ma prima di tutto c’è una cosa che non dovete mai dimenticare.

Questa è la Juventus.

E la Juventus non è vostra da usare.

È nostra da amare.

E proprio per questo pretendiamo che venga rispettata.


Urban!

Preberi več

 

Odiatelo pure, ma Conte è l’unico che può svegliare questa Juve

Antonio Conte divide.

Anzi, diciamola meglio: Antonio Conte fa incazzare.

Fa incazzare una parte del popolo juventino, e non senza motivo. Perché non stiamo parlando di uno qualsiasi. Stiamo parlando dell’uomo che ha riacceso la Juventus dopo anni bui, ma anche dell’uomo che poi è andato all’Inter, ha vinto con loro, ha allenato Napoli e ha lasciato dietro di sé una scia di amore, rabbia, nostalgia e tradimento.

Quindi sì, chi dice “Conte mai più” ha le sue ragioni.

Ma qui siamo su SFB – Senza Filtri Bianconeri.
E senza filtri significa anche dire cose scomode.

La Juventus di oggi è molle.
Troppo molle.

Una squadra che spesso sembra avere paura della propria maglia. Una società prudente, quasi anestetizzata. Una proprietà che sembra voler vincere, ma solo se vincere non crea troppi problemi. Un ambiente dove il quarto posto rischia di diventare una conquista e non il minimo sindacale.

E allora la domanda è semplice: chi la sveglia questa Juventus?

Un allenatore elegante?
Un gestore tranquillo?
Uno che accetta tutto e poi a maggio ci spiega che “il percorso è positivo”?
Uno che parla di crescita mentre la squadra continua a perdere identità?

No.

Alla Juventus oggi non serve una carezza.
Serve uno schiaffo.

E Conte è uno schiaffo.

Non perché sia perfetto.
Non perché sia simpatico.
Non perché il suo ritorno cancellerebbe tutto.
Non perché dobbiamo far finta che Inter e Napoli non siano mai esistite.

Ma perché Conte, piaccia o no, è uno che non normalizza la mediocrità.

La fiuta.
La attacca.
La trasforma in pressione.

E oggi alla Juventus serve proprio questo: pressione.

Serve qualcuno che entri alla Continassa e dica che così non basta. Che questa mentalità non basta. Che questa rosa non basta. Che questo modo di affrontare le partite decisive non basta. Che vivere di “progetti”, “percorsi” e “pazienza” non può diventare l’alibi eterno di un club che si chiama Juventus.

Perché il problema vero degli ultimi anni non è solo perdere.
È abituarsi a perdere.

Abituarsi alle stagioni a metà.
Abituarsi alle conferenze stampa piene di attenuanti.
Abituarsi a sperare che gli altri facciano peggio.
Abituarsi a chiamare positivo ciò che alla Juventus dovrebbe essere appena accettabile.

Conte questa roba non la accetterebbe.

Sarebbe pesante? Sì.
Divisivo? Sì.
Ingestibile? Probabile.
Un problema quotidiano per questa proprietà? Sicuramente.

Ma forse è proprio questo il punto.

Se la proprietà vuole una Juventus silenziosa, ordinata, sostenibile e comoda, Conte è l’uomo sbagliato.

Ma se vuole davvero tornare a costruire qualcosa di importante, allora forse serve proprio uno che non lasci dormire nessuno.

Perché Conte non crea solo squadre.
Conte crea tensione.
Crea fame.
Crea obbligo.
Crea fastidio.

E questa Juventus ha bisogno di essere disturbata.

Troppi giocatori si sono nascosti.
Troppi dirigenti hanno parlato senza incidere.
Troppe stagioni sono state vendute come ripartenze.
Troppi fallimenti sono stati raccontati come passaggi di crescita.

Adesso basta.

La Juventus deve tornare a essere giudicata con i parametri della Juventus. Non con quelli di una squadra qualsiasi. Non con quelli di chi si accontenta. Non con quelli di chi pensa che basti restare a galla.

Conte non è il sogno.
Conte non è la favola.
Conte non è una soluzione pulita.

Conte è rischio.

Ma dopo anni di prudenza sterile, forse il rischio è esattamente ciò che serve.

Perché questa Juventus non ha solo bisogno di giocare meglio.
Ha bisogno di tornare cattiva.
Ha bisogno di tornare scomoda.
Ha bisogno di tornare esigente.
Ha bisogno di tornare Juventus.

Magari lo odiamo.
Magari non lo perdoniamo.
Magari non lo vogliamo dire ad alta voce.

Ma dentro, molti di noi lo sanno.

Con questa proprietà, con questa squadra e con questa abitudine alla mediocrità mascherata da percorso, Antonio Conte potrebbe essere l’unico abbastanza scomodo da creare le condizioni per qualcosa di importante.

Non perché sia il nostro sogno.

Ma perché forse è la nostra scossa.


Urban!

Preberi več



No, Mister. Questa non è l’opinione della Juventus. E non lo sarà mai. O almeno pero. 

Ci sono sconfitte che fanno male per il risultato.

E poi ci sono sconfitte che fanno male perché ti obbligano a guardare in faccia una verità che stavi cercando di evitare da mesi, forse da anni.

Juventus-Fiorentina 0-2 non è stata semplicemente una partita persa. Non è stata una giornata storta. Non è stata una di quelle gare in cui dici: “Pazienza, il calcio è così, la palla non voleva entrare”.

No.

È stata una di quelle partite che ti lasciano addosso una sensazione molto più pesante: la sensazione di una squadra che, nel momento in cui doveva alzarsi, si è seduta. Nel momento in cui doveva prendersi il proprio destino, lo ha consegnato agli altri. Nel momento in cui doveva dimostrare di essere Juventus, ha mostrato esattamente il contrario.

E allora sì, quando Luciano Spalletti dice che la prestazione è stata pessima sotto tanti aspetti, ha ragione.

Almeno su questo.

Perché non c’è molto da girarci intorno. La prestazione è stata brutta. Brutta tecnicamente, brutta mentalmente, brutta emotivamente. Una di quelle partite in cui non vedi solo errori, ma vuoto. Non vedi solo limiti, ma paura. Non vedi solo una squadra che gioca male, ma una squadra che sembra non sapere più cosa rappresenta.

Il problema, però, arriva dopo.

Perché quando dopo una partita così si arriva a parlare di “valutazione molto positiva della stagione”, allora qualcosa non torna più.

E qui bisogna fermarsi.

Con rispetto, ma anche con fermezza.

No, Mister.
Questa non è l’opinione della Juventus.
Questa non è l’opinione dei tifosi juventini.
E non lo sarà mai.

Perché il tifoso juventino può accettare tante cose. Può accettare un ciclo difficile. Può accettare anni di transizione. Può accettare una rosa incompleta, un progetto da ricostruire, una società che cerca di rimettersi in piedi dopo errori pesanti. Può persino accettare di non vincere, se vede una direzione chiara.

Ma non può accettare che una stagione così venga raccontata come qualcosa di molto positivo.

Non può.

Perché la Juventus non può essere valutata con i criteri di una squadra qualsiasi. E questo, mi dispiace, è il punto che troppo spesso oggi sembra sfuggire.

La Juventus non è una società che deve semplicemente “fare progressi”.
La Juventus non è una squadra che deve consolarsi perché “qualcosa si è visto”.
La Juventus non è un laboratorio permanente dove ogni anno si riparte da capo e ogni fallimento viene impacchettato con parole eleganti.

La Juventus è la Juventus.

E se questa frase oggi sembra retorica, forse è proprio perché abbiamo smesso di capirne il peso.

Una volta essere Juventus significava avere una soglia di accettazione molto più alta. Significava che certe prestazioni non venivano normalizzate. Significava che certi crolli non venivano spiegati con due concetti da conferenza stampa. Significava che quando fallivi un obiettivo, non cercavi subito la frase giusta per ammorbidire il colpo.

Lo riconoscevi.
Te ne assumevi la responsabilità.
E poi cambiavi davvero.

Oggi invece sembra sempre tutto sospeso. Sempre tutto interpretabile. Sempre tutto salvabile in qualche modo.

Abbiamo perso, però abbiamo fatto progressi.
Abbiamo sbagliato, però ci sono stati episodi.
Abbiamo buttato via il destino Champions, però la stagione resta positiva.
Abbiamo fatto una prestazione indecente, però il percorso va difeso.

No.

A un certo punto bisogna anche avere il coraggio di dire basta.

Perché se arrivi all’ultima giornata e non hai più il destino nelle tue mani, non puoi raccontare la stagione come se fosse stata quasi grande. Se perdi in casa contro la Fiorentina in una partita decisiva, non puoi rifugiarti dietro alla parola “episodi”. Se nel momento in cui serviva personalità, la squadra si è sciolta, il problema non è solo tecnico. È culturale.

Ed è qui che la ferita diventa più profonda.

Perché non stiamo parlando solo di una partita. Stiamo parlando di un’abitudine. Di una Juventus che da troppo tempo sembra vivere nello stesso loop. Cambiano gli allenatori, cambiano i dirigenti, cambiano i giocatori, cambiano le promesse. Ma poi, nei momenti chiave, rivediamo sempre le stesse scene.

Paura.
Passaggi all’indietro.
Poca personalità.
Poca cattiveria.
Poca Juventus.

E allora viene spontaneo chiedersi: ma com’è possibile?

Com’è possibile che ogni stagione sembri diversa solo all’inizio, per poi diventare uguale alle altre quando conta davvero? Com’è possibile che una squadra costruita con investimenti importanti si ritrovi ancora a dipendere dai risultati degli altri? Com’è possibile che la Juventus debba sperare nei passi falsi di Roma o Milan invece di aver chiuso il discorso da sola?

E soprattutto: com’è possibile che tutto questo venga ancora presentato come un percorso positivo?

Io capisco Spalletti.

Capisco che un allenatore debba proteggere il gruppo. Capisco che non possa bruciare tutto davanti ai microfoni. Capisco che debba parlare anche da leader, non solo da analista. Capisco persino che voglia assumersi responsabilità e dire che deve interrogarsi prima di accusare i giocatori.

Questo è giusto.

Ma c’è una differenza enorme tra proteggere il gruppo e riscrivere la realtà.

E la realtà è semplice: questa Juventus non può essere celebrata. Può essere analizzata, può essere corretta, può essere ricostruita. Ma non celebrata.

Perché una stagione positiva, alla Juventus, non può essere una stagione in cui arrivi al momento decisivo e ti tremano le gambe. Non può essere una stagione in cui il quarto posto diventa un’impresa. Non può essere una stagione in cui ogni volta che devi dimostrare maturità, mostri fragilità.

E attenzione: il discorso non è “vincere sempre o siete tutti scarsi”.

Questo sarebbe troppo facile. Troppo banale. Troppo da tifoso isterico.

Il punto è un altro.

Il punto è che la Juventus deve tornare ad avere una struttura mentale prima ancora che tecnica. Deve tornare ad avere fame, identità, coraggio. Deve tornare a essere una squadra che nelle partite decisive non entra in campo per vedere cosa succede, ma per far succedere qualcosa.

Contro la Fiorentina non abbiamo visto questo.

Abbiamo visto una squadra che non ha acceso lo stadio. Lo ha spento. Abbiamo visto una squadra che non ha trascinato l’ambiente. Lo ha depresso. Abbiamo visto una squadra che non ha dato ai tifosi un motivo per crederci. Ha dato l’ennesimo motivo per dubitare.

E allora sì, fa male.

Fa male perché il tifoso juventino non chiede miracoli. Chiede dignità competitiva. Chiede una squadra che capisca il momento. Chiede giocatori che sentano il peso della maglia non come un problema, ma come un privilegio. Chiede una società che non confonda la prudenza con l’assenza di ambizione.

E chiede una cosa ancora più semplice: verità.

Non parole perfette.
Non comunicati morbidi.
Non analisi eleganti.
Verità.

La verità è che questa Juventus non è ancora guarita.
La verità è che il problema non si risolve con una frase positiva sulla stagione.
La verità è che non basta dire “abbiamo fatto progressi” se poi nei momenti che contano crolli.
La verità è che il tifoso juventino è stanco di sentirsi raccontare che bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno quando il bicchiere, spesso, è proprio caduto dal tavolo.

E allora torniamo al punto centrale.

Quando Spalletti dice che la sua opinione resta quella della Juventus e dei giocatori, io dico: no.

No, Mister.

Quella può essere l’opinione dello spogliatoio.
Può essere l’opinione dell’allenatore.
Può essere una linea comunicativa interna.
Può essere anche un tentativo di tenere insieme un ambiente che rischia di esplodere.

Ma non è l’opinione dei tifosi juventini.

Perché noi questa stagione la viviamo da un’altra prospettiva. La viviamo con la memoria di cosa dovrebbe essere la Juventus. La viviamo con la frustrazione di vedere un club enorme accontentarsi di discorsi piccoli. La viviamo con la rabbia di chi non pretende l’impossibile, ma rifiuta la normalizzazione del mediocre.

E soprattutto la viviamo con una paura precisa: che qualcuno, dentro la Juventus, si sia abituato a tutto questo.

Questa è la cosa più pericolosa.

Non perdere.
Abituarsi a perdere.

Non arrivare sesti.
Abituarsi a spiegare perché può succedere.

Non fallire la Champions.
Abituarsi a trattarla come una conseguenza dolorosa, ma gestibile.

No. Non deve essere gestibile. Deve essere inaccettabile.

Perché se la Juventus comincia ad accettare certe cose, allora non è più la Juventus. È solo una squadra con una grande storia sulle spalle e un presente che non riesce più a reggerla.

E noi non possiamo permettere che questo diventi normale.

SFB nasce anche per questo.

Per dire che l’amore non è silenzio.
Per dire che il rispetto non è obbedienza.
Per dire che criticare non significa tradire.
Per dire che essere juventini non vuol dire applaudire tutto, ma pretendere ciò che questa maglia merita.

E questa maglia merita molto più di una stagione raccontata come “molto positiva” dopo una partita del genere.

Merita ambizione.
Merita lucidità.
Merita responsabilità.
Merita giocatori all’altezza.
Merita dirigenti con una visione vera.
Merita un allenatore capace non solo di analizzare, ma di incidere.
Merita una società che abbia il coraggio di dire: questo non basta.

Perché non basta.

E se qualcuno pensa che basti, allora il problema è ancora più grande di quanto pensiamo.

La Juventus deve tornare a essere giudicata con i parametri della Juventus. Non con quelli di chi si accontenta. Non con quelli di chi si consola. Non con quelli di chi si nasconde dietro agli episodi, ai progressi, alle attenuanti.

Questa stagione, comunque finisca, deve lasciare una lezione chiara: non si può più continuare così.

Non si può più vivere di mezze ripartenze.
Non si può più parlare di progetto senza vedere una direzione.
Non si può più chiedere pazienza senza mostrare identità.
Non si può più pretendere fiducia mentre il campo racconta altro.

Spalletti ha ragione su una cosa: la prestazione contro la Fiorentina è stata pessima sotto tanti aspetti.

Ma proprio per questo non si può poi chiedere ai tifosi di accettare una narrazione positiva.

Perché noi abbiamo visto.
Abbiamo capito.
E siamo stanchi.

Stanchi non di amare la Juventus. Quello non finirà mai.

Siamo stanchi di vederla piccola.
Siamo stanchi di vederla fragile.
Siamo stanchi di vederla giustificata.
Siamo stanchi di sentire parole che non pesano quanto dovrebbe pesare quella maglia.

La Juventus non deve essere spiegata.
La Juventus deve tornare a farsi rispettare.

E finché questo non succederà, qui lo diremo.

Senza filtri.
Senza paura.
Senza quella diplomazia che spesso serve solo a coprire i problemi.

Perché questa non è l’opinione dei tifosi juventini.

E non lo sarà mai.


Preberi več

 

SFB – Senza Filtri Bianconeri: perché nasce questo spazio

Per tanto tempo ho pensato che bastasse un post.

Una frase secca, un tweet, uno sfogo dopo una partita, una risposta scritta di pancia sotto l’ennesima notizia sulla Juventus. Pensavo che fosse sufficiente dire la propria in poche righe, buttare fuori quella sensazione che noi juventini conosciamo fin troppo bene: rabbia, delusione, speranza, nostalgia, ironia, a volte anche rassegnazione.

Poi però ti accorgi che certi pensieri non ci stanno più dentro un post.

Non ci stanno dentro 280 caratteri.
Non ci stanno dentro un tweet su X.
Non ci stanno dentro il solito commento scritto di fretta, magari mentre stai ancora cercando di capire se sei più arrabbiato per il risultato, per l’atteggiamento, per la società o per quella sensazione ormai diventata familiare: la Juventus che sembra sempre sul punto di ripartire, ma che poi resta lì, ferma, impantanata nella stessa identica storia.

E allora ho deciso di aprire questo spazio.

Un blog.
Un nuovo foglio.
Un posto mio.

Si chiama SFB – Senza Filtri Bianconeri.

Il nome dice già quasi tutto. Qui non ci sarà la pretesa di fare il giornalista, il dirigente, l’allenatore da tastiera o il fenomeno che sa sempre tutto prima degli altri. Qui ci sarà semplicemente il punto di vista di un tifoso juventino che vive questa passione da anni, che l’ha assorbita, amata, difesa, criticata, a volte anche sofferta.

Perché sì, la Juventus per me non è mai stata soltanto una squadra di calcio.

È una parte della mia identità sportiva. È una storia che mi porto dietro da quando ero ragazzo. È quel bianco e nero che, nel bene e nel male, ti entra addosso e non se ne va più. È la gioia delle vittorie, la rabbia delle ingiustizie, il fastidio per la mediocrità, la nostalgia per ciò che eravamo e la paura, molto concreta, di abituarci a ciò che siamo diventati.

Mi chiamo Urban Gorjan. Vivo in Slovenia, vicino al confine con l’Italia, ma l’Italia l’ho sempre sentita vicina, quasi come una seconda casa culturale. La Juventus è stata ed è una delle mie grandi passioni. Una passione che oggi provo anche a trasmettere ai miei figli, perché certe cose non si spiegano: si respirano, si vivono, si ereditano.

Ma proprio perché amo la Juventus, non riesco più a fingere che vada tutto bene.

E questo sarà il cuore di SFB.

Non sarà un blog contro la Juventus.
Sarà un blog per chi ama la Juventus abbastanza da non volerla vedere diventare normale.

Perché questo è il punto. Il vero problema non è perdere una partita. Non è arrivare quarti invece che primi. Non è nemmeno uscire male da una competizione. Il calcio è fatto anche di cicli, di errori, di anni complicati. Il problema è quando una società come la Juventus comincia a perdere la propria identità, la propria fame, la propria lucidità. Il problema è quando si comincia ad accettare la mediocrità come se fosse un destino inevitabile.

E io questa cosa faccio fatica ad accettarla.

Da anni sentiamo parlare di ripartenze, progetti, riunioni, riflessioni, nuovi cicli, cambiamenti profondi. Cambiano i nomi, cambiano gli allenatori, cambiano i direttori, cambiano le parole usate nelle conferenze stampa. Ma troppo spesso la sensazione resta la stessa: si gira intorno al problema senza mai affrontarlo davvero.

Una volta è colpa dell’allenatore.
Una volta è colpa dei giocatori.
Una volta è colpa della rosa non all’altezza.
Una volta è colpa della società.
Una volta è colpa dell’eredità del passato.
Una volta è colpa del mercato.
Una volta è colpa della pressione.

Forse, brutalmente, è un po’ colpa di tutto.

Ma continuare a cercare un solo colpevole comodo è diventato quasi un alibi. E la Juventus, gli alibi, storicamente li lasciava agli altri.

Io non credo nella critica sterile. Non mi interessa insultare per il gusto di insultare. Non mi interessa fare il personaggio sempre arrabbiato, sempre contrario, sempre distruttivo. Ma non mi interessa nemmeno il tifo anestetizzato, quello per cui bisogna sempre trovare una scusa, sempre proteggere qualcuno, sempre aspettare, sempre credere che domani magicamente sarà diverso.

No.
A un certo punto bisogna anche guardarsi allo specchio.

Bisogna chiedersi perché ogni anno sembriamo vivere lo stesso copione. Bisogna chiedersi perché certe partite sembrino pesare addosso ai nostri giocatori come macigni. Bisogna chiedersi perché squadre che, sulla carta, non dovrebbero avere rose nettamente superiori alla nostra, spesso sembrano più leggere, più organizzate, più affamate, più vive.

Bisogna chiedersi se il problema sia tecnico, mentale, societario o culturale.

E soprattutto bisogna avere il coraggio di dire una cosa semplice: la Juventus non può vivere solo di memoria.

La storia è fondamentale. La storia pesa. La storia della Juventus è enorme. Ma la storia non scende in campo. La storia non costruisce un centrocampo. La storia non ti dà automaticamente personalità. La storia non ti garantisce una dirigenza forte, una visione chiara, un mercato intelligente o uno spogliatoio con le palle.

La storia va onorata.
Non usata come coperta per nascondere il presente.

E il presente, diciamolo senza troppi giri di parole, è spesso difficile da digerire.

Ci sono stati anni in cui la Juventus entrava in campo e tu, anche nei momenti complicati, sentivi che prima o poi avrebbe trovato il modo. Magari non giocava sempre bene, magari non era sempre spettacolare, ma aveva una cosa addosso: l’autorità. Quella sensazione che l’avversario potesse anche giocare meglio, ma alla fine doveva fare i conti con la Juventus.

Oggi, troppo spesso, quella sensazione non c’è.

Oggi vediamo una squadra che a volte sembra impaurita dal proprio nome. Una squadra che si abbassa, che si complica la vita, che spesso non ha il coraggio della giocata, del tiro, della scelta verticale. Una squadra che in certi momenti sembra più preoccupata di non sbagliare che desiderosa di vincere.

E per la Juventus questa è una cosa pesante.

Perché la Juventus non è nata per partecipare.
Non è nata per vivacchiare.
Non è nata per festeggiare una qualificazione come se fosse un trofeo.
Non è nata per spiegare ogni fallimento con una conferenza stampa elegante.

La Juventus è nata per vincere.
E quando non vince, deve almeno dare la sensazione di sapere esattamente dove sta andando.

Ecco, forse oggi manca proprio questo: la direzione.

Non la frase da comunicato. Non il progetto raccontato bene. Non la promessa di un futuro luminoso. Manca quella sensazione forte, concreta, quasi fisica, che qualcuno abbia davvero il controllo della nave. Che ci sia una visione. Che ci sia un’idea tecnica. Che ci sia una linea societaria. Che ci sia una cultura interna capace di dire: questo è da Juventus, questo no.

Perché non tutto può essere da Juventus.

Non basta indossare quella maglia.
Non basta essere un bravo ragazzo.
Non basta correre.
Non basta fare il compitino.
Non basta dire che bisogna lavorare.

Alla Juventus serve personalità. Serve qualità. Serve fame. Serve gente che regga il peso della maglia. Serve anche una società che sappia scegliere, proteggere, decidere e, quando serve, tagliare.

Per questo SFB nasce senza filtri.

Non perché qui si scriverà sempre contro qualcuno. Ma perché qui non voglio scrivere con la paura di disturbare. Non voglio stare dentro il recinto del “non si può dire”. Non voglio fare finta che la mediocrità sia pazienza, che la confusione sia progetto, che la mancanza di personalità sia sfortuna.

Qui si parlerà di Juventus in modo diretto.

Con passione, sì.
Con amore, sempre.
Ma anche con rabbia, quando serve.
Con ironia, quando sarà inevitabile.
Con nostalgia, perché chi ha vissuto certe Juventus non può non averla.
Con lucidità, almeno ci proverò.
E soprattutto senza quella voglia di piacere a tutti che spesso ammazza ogni opinione vera.

Non mi interessa scrivere cose comode.
Mi interessa scrivere cose sentite.

A volte potrò sbagliare. Sicuramente succederà. Il bello di avere un’opinione è anche assumersi il rischio e la forza di cambiarla, correggerla, metterla in discussione. Ma preferisco sbagliare dicendo ciò che penso davvero, piuttosto che scrivere frasi vuote per non scontentare nessuno.

Questo blog sarà anche personale. Non solo perché lo scrivo io, ma perché ogni tifoso vive la Juventus attraverso la propria storia. C’è chi la vive allo stadio, chi davanti alla televisione, chi nei bar, chi nei gruppi WhatsApp, chi a chilometri di distanza. Io la vivo da fuori Italia, ma con una vicinanza emotiva fortissima. Forse proprio questa distanza rende tutto ancora più particolare: non sei immerso ogni giorno nello stesso rumore mediatico, ma senti comunque tutto. Le vittorie, le sconfitte, le ingiustizie, le illusioni, le figuracce, le speranze.

E quando senti che qualcosa non va, arriva il momento di dirlo.

SFB nasce da lì.

Nasce da quella sensazione che non basta più un commento scritto di getto. Nasce dalla voglia di mettere ordine nei pensieri. Nasce dalla necessità di parlare di Juventus andando un po’ più a fondo, senza ridurre tutto al solito “via questo”, “dentro quello”, “colpa sua”, “fenomeno l’altro”.

Perché il calcio è semplice solo per chi lo guarda male.

Dietro ogni stagione sbagliata ci sono scelte. Dietro ogni rosa incompleta ci sono strategie. Dietro ogni squadra senza personalità c’è una cultura che forse non è più abbastanza forte. Dietro ogni progetto interrotto c’è una responsabilità. E dietro ogni tifoso arrabbiato, spesso, c’è solo una cosa: amore.

Sì, amore.

Perché chi non ama davvero una squadra, a un certo punto smette semplicemente di interessarsi. Cambia canale, cambia argomento, si abitua. Chi invece continua ad arrabbiarsi, a discutere, a scrivere, a guardare, a sperare anche quando dice di non sperare più, forse è proprio quello che non riesce a lasciarla andare.

Io sono così.

Dico che sono stufo, ma poi guardo.
Dico che non mi illudo più, ma poi una piccola parte di me ci ricasca.
Dico che ormai ho capito tutto, ma poi basta una partita diversa, un atteggiamento diverso, un segnale vero, e torno a pensare che forse qualcosa può cambiare.

È la maledizione e la bellezza dell’essere tifosi.

Però una cosa voglio metterla in chiaro fin dall’inizio: qui non si confonderà mai la fedeltà con il silenzio.

Essere juventini non significa applaudire tutto.
Essere juventini non significa difendere ogni scelta.
Essere juventini non significa accettare una Juventus piccola, timida, confusa, normale.
Essere juventini significa pretendere.
Prima dagli altri, certo. Ma anche da noi stessi come tifosi.

Perché anche il tifo, a volte, si abbassa di livello. Ci si accontenta troppo facilmente. Si cercano nemici ovunque, ma raramente si guarda dentro casa. Si difende un giocatore per simpatia o lo si distrugge per antipatia. Si cambia opinione ogni tre giorni. Si passa dal “siamo tornati” al “è tutto finito” con una velocità imbarazzante.

SFB proverà a stare in mezzo a questo caos con una linea chiara: passione, memoria, critica, identità.

Non sarà un blog neutrale.
Non voglio esserlo.

Sarà un blog juventino. Profondamente juventino. Ma non cieco. Non addomesticato. Non prigioniero della nostalgia, anche se la nostalgia ci sarà. Non prigioniero della rabbia, anche se la rabbia ogni tanto uscirà.

Sarà un posto dove dire che la Juventus deve tornare a essere Juventus non solo nei video celebrativi, non solo nelle maglie, non solo negli slogan, ma nelle scelte quotidiane. Nel mercato. Nella mentalità. Nella comunicazione. Nel modo di stare in campo. Nel modo di reagire alle sconfitte. Nel modo di scegliere gli uomini prima ancora dei giocatori.

Perché la Juventus, quella vera, non chiedeva permesso.

E forse oggi è proprio questo che manca più di tutto.

Non solo qualità.
Non solo soldi.
Non solo un grande nome in panchina.
Non solo un direttore sportivo bravo.
Non solo un attaccante da venti gol.

Manca quella ferocia tranquilla di chi sa chi è.

La Juventus deve ritrovare se stessa. E noi, nel nostro piccolo, dobbiamo smettere di raccontarcela.

Per questo nasce SFB – Senza Filtri Bianconeri.

Per scrivere quello che in un post non ci sta.
Per dire quello che spesso si pensa ma si evita di dire.
Per discutere senza maschere.
Per criticare senza smettere di amare.
Per ricordare da dove veniamo e chiederci, senza paura, dove stiamo andando.

Non prometto equilibrio finto.
Non prometto diplomazia.
Non prometto di avere sempre ragione.

Prometto solo una cosa: qui si parlerà di Juventus senza filtri.

Bianconeri, appunto.
Sempre.
Anche quando fa male.


Urban!

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